Ormai se ne parla un po' dappertutto: non passa giorno che radio, giornali e altri mezzi di informazione ci informino sui rischi del surriscaldamento globale del pianeta. Anche alcuni artisti sono scesi in campo: ad esempio il video d'apertura del post non è altro che il singolo realizzato da Madonna per il Live Heart, un grande evento-concerto di 24 ore organizzato per sostenere le politiche di salvaguardia ambientale che si svolgerà il 7 luglio in contemporanea in sette diversi continenti. Davanti ad una simile campagna di informazione ci si può chiadere quale possa essere lo scopo: da un lato esistono le leggi dei grandi numeri che dimostrano come un risparmio di risorse anche minimo effettuato da un numero elevato di persone possa avere riscontri significativi, ma dall'altro ci si può sentire impotenti quando si è da soli davanti a grandi potenze economiche che storcono il naso e lasciano tranquillamente trasparire una poca voglia di trovare soluzioni concrete per la riduzione di emissioni di Co2 con un conseguente rischio di incappare in cambiamenti dell'attuale assetto socio-economico. All'inizio del mese, però, The Economist (giornale economico britannico peraltro apertamente schierato a favore di una line apolitica conservatrice) ha pubblicato uno speciale di 15 pagine dedicato all'argomento sottolineando alcuni aspetti che mettono in risalto alcuni primi risultati di una simile campagna di informazione. E' noto a tutti che aziende puntano a fare fatturato e difficilmente compiono azioni per il puro piacere di fare del bene all'umanità. Secondo il settimanale inglese, però, l'attuale attenzione dell'opinione pubblica sta imponendo a sempre a più aziende l'adozione di politiche ecologiste motivate dalla necessità di mantenere un'immagine "pulita" che possa essere compatibile con un'ormai modificata pressione morale (un'azienda dipinta come inquinatrice e dannosa per la salute pubblica difficilmente potrà sperare di continuare ad incrementare i propri utili con la vendita dei suoi prodotti). Dall'altra parte ci sono anche i governi. Di fronte alle pressanti richieste di intervento da parte dei propri elettori, i governanti non possono più voltare la testa da un'altra parte e far finta di non vedere: da qui l'adozione sempre più frequente di politiche basate sul principio del "chi inquina paga". L'economist sottolinea anche come "il mercato del carbonio" possa essere anche considerato un nuovo business: le nuove norme sull'inquinamento possono significare una più veloce sostituzione dei capitali fissi (come l'acquisto di nuovi veicoli e nuovi macchinari) e quindi possa essere una nuova opportunità di guadagno a cui poche aziende vorranno voltare le spalle. La conclusione degli autori dello speciale è che siamo sulla buona strada per arrivare ad un'economia che internalizzi il costo dei danni ambientali ma che il tutto potrà concretizzarsi solo se i governi continueranno ad aumentare i costi delle emissioni e se l'opinione pubblica continuerà a vigilare su questo processo. Il rischio maggiore per un fallimento del processo, infatti, è intravisto proprio nell'ipotesi che l'attuale attenzione ecologista di questi mesi sia solo una moda e, quindi, che sia destinata a scemare nel tempo... quindi benvenga ogni campagna volta a tenere alta l'attenzione sull'argomento.
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