Un ragazzo ha chiesto all'ufficio stampa di poter intervistare una band in concerto qui a Torino. Li ho massacrati di domande pure io nei camerini un'ora prima, passando dal palco su una scala instabile e nei meandri sotteranei del teatro. Tornando indietro ho fatto un salto notevole dal palco per scendere: la scala non c'era più.
All'uscita vedo quel ragazzo, con la madre anziana, seduti sulle poltrone:
"Fatto?" "Sì, fatto. Tra poco tocca a voi". "È che mio figlio ha qualche problema di deambulazione". "Forse è il caso che vengano qui", rispondo.
Il ragazzo cercava di prendere la parola. Non riusciva a parlare se non con grande fatica.
Era rabbioso, percepivo la frustrazione del non poter dire quello che voleva mettendoci meno di un minuto. La madre aveva già capito tutto e mi ha spiegato la sua preoccupazione.
Me ne sono andato consapevole di aver imparato qualcosa, qualcosa che molti non sanno e meritano di sapere.
Non so come si chiami e forse avrei dovuto chiederglielo, ma la sua barba curata e quell'atteggiamento risoluto seppur malinconico dei suoi occhi, lo ricorderò per molto tempo.
Siamo molto fortunati. Sono stato davvero fortunato ad averlo incontrato.
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