Escludendo il 35 per cento di voi che ha risposto "Non penso nessuna di queste cose" (magari dite cosa ne pensate nei commenti), il 30,1 per cento ritiene che i mendicanti delle nostre città dovrebbero cercare un lavoro invece di stare per strada. L'argomento che andiamo ad affrontare è tremendamente delicato, e fare delle generalizzazioni è abbastanza semplice e il più delle volte sbagliato. Clochard, senzatetto per ragioni di povertà, suonatori di fisarmoniche o altri strumenti (escludo gli artisti di strada), stranieri con il famoso cartello di cartone, zingare con i propri figli infagottati che leggono la mano ai passanti. Il mendicante ha tantissimi volti e differenti ragioni d'essere e di presentarsi. Tutti rientrano per l'occhio dei passanti in questa categoria un po' borderline, e solo noi ne produciamo soggettive e diverse sfumature di significato ogniqualvolta ne incontriamo uno. I mendicanti per definizione non sono solo coloro che sono costretti a chiedere denaro per vivere, ma anche coloro che per ignavia (svogliatezza, incapacità) decidono di scegliere questa strada di sostentamento e guadagno. Si trovano quindi persone che cercano soldi per mangiare e dormire (per scelta, o per necessità) e persone che vivono la richiesta di carità non solo come conseguenza di uno stile di vita, ma come un vero e proprio lavoro. Un lavoro che in molti casi frutta anche moltissimi soldi, come ci dimostra un recente articolo pubblicato sul Corriere, che ci segnala la ricchezza media di un vagabondo londinese, che riesce a guadagnare circa 81 euro al giorno, più di quanto riesca a ottenere al netto un normale lavoratore operaio (e non solo, visti i tempi). La stessa ricerca ha dimostrato che il 60 per cento dei mendicanti possiede una casa e che il 70 cento di coloro che vengono fermati dalla polizia risultano tossicodipendenti.
Purtroppo il quadro che si dipinge non è confortante ed è sicuramente molto critico, ma c'è un ultimo punto sul quale vorrei ragionare, anche se sembrerebbe un colpo di grazia ad un mondo che non voglio assolutamente condannare in todo. Coloro che utilizzano "scusanti" delle cartoline, delle penne, o di altri oggetti di varia natura (escludo ovviamente i venditori ambulanti abusivi), ma anche i suonatori della metro e degli autobus, alcune volte fanno purtroppo parte di sistemi organizzati di carattere imprenditoriale, i cui ricavi tra l'altro non finiscono mai del tutto al "venditore" ma vengono acquisiti quasi del tutto da queste piccole aziende abusive. Qualcuno direbbe, meglio che rubare. Parlando di questo argomento, il pensiero non può che andare ad una mia amica di cui ho parlato in queste pagine molto tempo fa (non trovo il link, abbiate pazienza), che in una vita non troppo felice ha scelto la strada del vagabondaggio, diventando insieme al suo fidanzato e a un numero imprecisato di cani, una clochard a tutti gli effetti. Problemi di alcol e problemi di droga si sono assommati al vivere senza una meta, trasformando una ragazza carina e piuttosto intraprendente, a quello che immagino sia ancora oggi, visto che non la incrocio da molto tempo. Rivedendola un paio di anni fa, mi ha molto colpito il ricordo vivido di me e di altri miei amici, e la serenità con cui ci ha salutato, con cui ha parlato con noi anche se ubriaca e tremendamente sfatta. Un ricordo duro ma che però mi riempie sempre di tenerezza. Un ricordo che mi fa pensare che i veri senzatetto hanno una chiave di lettura che non potremo mai ne interpretare nè capire, ma solo facilmente criticare. La mia visione da aspirante mediatore culturale è invece questa: molti immigrati, per mille motivi diversi, non trovano o non vogliono trovare una vera chiave di integrazione. Il loro modo di vivere è fortemente tutelativo della loro identità di origine, e l'opzione dell'essere aiutati dalle strutture sociali italiane non è molte volte pensabile, soprattutto se sono abitanti irregolari nel nostro paese. Vivono di mezzi e mezzucci, strategie per portare avanti un progetto di vita che spesso purtroppo non coincide con la volontà di raggiungimento di esigenze primarie come bere e mangiare. Non è sempre così, ma ricerche etnografiche fatte a Milano dimostrano un po' questo, purtroppo. Il mio quadro sommario è certamente incauto in alcuni tratti, ma al dì la di ogni ragionamento è a noi che alla fine tocca l'ultima parola: dare o non dare? Ridistribuire i propri beni più o meno cristianamente e a chi? Ovviamente non c'è una risposta, ma spero che questa lunga analisi possa essere spunto di riflessione e confronto, per capire cosa ne pensiamo di questa realtà sempre più presente, e molto spesso misteriosamente tabuizzata. |
Pubblicato il 18/04/2007 alle 01:44 da kaos
Tag: società, sondaggi, vita
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