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Nina Rothemberg parla dell'Università italiana
Pubblicato in: Notizie ed opinioni
Le università italiane dovrebbero essere il punto di partenza della ripresa del paese dopo anni di crisi economica. Tutti concordano che solo un'ottima istruzione può fermare il declino che minaccia le giovani generazioni. Di recente si è riaperto il dibattito sull'istruzione superiore. La dura concorrenza asiatica, la globalizzazione e lo sviluppo dell'economia dei servizi richiedono una forza lavoro flessibile, creativa e competente. Per questa ragione, è sconcertante constatare che le università italiane non si muovono, e che addirittura, le recenti riforme hanno peggiorato la situazione.
A parte la cronica mancanza di fondi e gli effetti disastrosi delle passate riforme, che hanno aumentanto il clientelismo invece di ridurlo, spesso i professori sembrano restii a seguire gli allevi nello studio e a trattarli con il dovuto rispetto. A differenza della maggior parte delle università europee, in Italia non è stato introdotto nessun sistema di valutazione dei docenti. La maggior parte dei professori non sa se i loro studenti traggono beneficio dalle loro lezioni e se la loro didattica è efficace e se le loro maniere favoriscono l'apprendimento.
L'uso continuo di esami orali è un riflesso di questa chiusura anacronistica. Non solo lo studente si ritrova in un contesto spesso umiliante e autoritario, ma l'apprendimento è passivo. La valutazione del rendimento con esami orali resta molto soggettiva e basata per lo più sulle capacità dialettiche dello studente e la sua sicurezza in se stesso. Agli esami gli studenti devono spesso aspettare fino a sei ore per essere interrogati, cosa che susciterebbe molte lamentele in qualsiasi paese, ma non in Italia, dove gli studenti sono stati abituati a tenere la bocca chiusa. Prevale la sensazione che siano in balìa di un sistema arbitrario: una rassegna poco adatta a quella che dovrebbe essere una moderna democrazia.

E' strano anche assistere agli sforzi che gli studenti italiani devono fare per imparare: è difficile trovare corsi di lingue e di informatica accessibili nelle università, e colpisce vedere che ci sono ancora generazioni di studenti sotto i trent'anni che non sanno l'inglese e non hanno mai fatto una ricerca vera a propria in vita loro. Per acquisire le competenze importanti per il mercato del lavoro oggi spesso gli studenti devono ricorrere a costosi corsi privati, un impegno economico che si aggiunge agli affitti da capogiro, alle tasse universitarie e al costo della vita in aumento. Il livello dei corsi è spesso alto e gli studenti devono ricorrere e gli studenti passano molto più tempo della maggior parte dei colleghi europei a imparare a memoria i manuali fin nei minimi dettagli. Non molti di loro, invece , sembrano riconoscere l'obiettivo di quest'impegno, e non sanno dove la laurea li porterà intellettualmente e professionalmente. "Ho bisogno di quel dannato pezzo di carta", spiega prosasticamente uno studente di scienze politiche di Roma Tre. Non sa dove la laurea lo porterà. "Forse all'estero. In Italia non c'è futuro".
Spezzare le rigide strutture di potere e il sistema clientelare nelle università è una delle sfide più grandi che il governo ha di fronte. Questo significa rendere le procedure di selezione trasparenti e accessibili a candidati esterni , stranieri compresi. I corsi di studio devono essere rivisti e la valutazione degli studenti modernizzata. Non c'è bisogno di imitare il sistema americano o britannico, si tratta piuttosto di sviluppare gli elementi positivi dell'istruzione italiana: quella profondità e quel rigore intellettuale che rendono i ricercatori italiani così attraenti per i datori di lavoro stranieri.

Da Internazionale n.681
Pubblicato il 02/03/2007 alle 00:00 da kaos
Tag: giornale, scuola
E' presente un commento:
1. Il 30/11/-0001 alle ore 00:00, marcello ha scritto:
gli studenti lamentano il continuo rinvio di esami
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