Il New York Times con la firma di Guy Trebay in queste settimane di sfilate è stato molto chiaro: "Per la moda italiana è tempo delle zoccole". Moda che perde raffinatezza sia nelle intenzioni che nei prodotti sartoriali, realizzati all'estero con buoni materiali ma con rifiniture dissimili da quelle tipicamente italiane. Critica serrata, che salva pochissimi stilisti e pochissime sfilate (Bottega Veneta, Jil Sander, Prada, Gucci e Marni). Il resto, un grande puttanaio. Ovviamente l'articolo viene rigirato agli stilisti italiani che rispondono di tutto punto, con una punta di sottile (giustificato?) fastidio. Dolce e Gabbana, Silvia Venturini Fendi, Giorgio Armani dicono la loro criticando il giornalista e la moda americana, che secondo Stefano Dolce non ha nulla da insegnare alla moda italiana. E' stato fatto un grosso fascio molto provocatorio, ma alcune provocazioni possono insegnare qualcosa. La pasoliniana e profetica caduta estetica e morale italiana si è avverata? In un paese mediacratico creato da Silvio Berlusconi, dove Dolce&Gabbana è rappresentante stilistico della moda in tv, dove Rocco Siffredi pubblicizza con lo strumento del doppio senso una marca di patatine e dove Lapo Ellkan diventa simbolo di eleganza con una retroguardia storica personale nel mondo delle dipendenze e dei rapporti con transessuali, per Guy Trebay , la fine del buon gusto italiano è proprio dietro l'angolo.
Nella foto: A Milano Moda Donna ha sfilato la collezione «Seduzione Diamonds», di Valeria Marini, punteggiata da capi-lingerie, reggicalze e camicie da notte in un gioco di rosso e nero ma anche di blu elettrico, pellicce e rose.
Fonte: Corriere.it, The New York Times
|
Pubblicato il 23/02/2007 alle 14:21 da kaos
Tag: cronaca, moda
|