Spesso riuscire ad insegnare qualcosa è un problema di linguaggio, infatti i ragazzi a seconda dell'età, del gruppo a cui appartengono, delle trasmissioni televisive che vedono e della musica che ascoltano elaborano un gergo che risulta assolutamente incomprensibile agli "altri", soprattutto agli adulti.
Chi ha qualche anno in più dei miei allievi, i simpatici quattordicenni che infestano la mia vita, è in grado di ricordare e decodificare espressioni come "matusa", "paninaro","indiano metropolitano", "truzzo" e chi più ne ha più ne metta.
Logicamente il discorso è analogo se inquadrato dall'altra parte: quando ero una giovane laureata in lettere, uscita fresca fresca dall'istituto di filologia classica della Statale di Milano, parlavo come un libro stampato, ma nessuno dei miei ragazzi era in grado di capire le mie spiegazioni.
Ho imparato quasi subito a mie spese (nessun libro di pedagogia ti insegna come fare) che per farmi capire dovevo prima capire il loro linguaggio ed usare espressioni che fossero loro familiari, non rinunciando, però, ad usare anche un lessico diverso, che cercavo di utilizzare parallelamente a quello che per loro risultava più comprensibile.
Talvolta questo metodo richiede sforzi non indifferenti, bisogna, per esempio, sorbirsi delle trasmissioni televisive assolutamente idiote (o almeno a me sembrano tali), perché spesso è lì che si elabora un linguaggio.
D'altra parte è necessario però non cadere nell'eccesso opposto, quello cioè di esprimersi come i ragazzi, con un linguaggio forzatamente giovane, rischiando in tal modo di rendersi ridicoli e anche un po' patetici. Ci vuole sempre sensibilità e un po' di equilibrio.
Sciura Pina
Dalla parte della cattedra - rubrica quindicinale con interessanti spunti di riflessione sul mondo dei giovani, vista con l'occhio speciale di una brava insegnante delle scuole medie attenta alle problematiche giovanili.
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Pubblicato il 16/01/2007 alle 23:46 da sciura_pina
Tag: giovani, sciurapina, scuola
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