Un'inchiesta giornalistica deve raccogliere una serie di fatti, trovare i collegamenti fra di loro e raccontare in modo chiaro e puntuale un "nuovo" fatto che spesso non è a conoscenza dei più. Proprio per questo non è raro che le inchieste siano "scomode" per chi ne è l'oggetto. Purtroppo è anche un genere giornalistico che sta via via sparendo. Sempre più di rado i giornali e telegiornali nazionali svolgono inchieste reali, ma spesso si accontentano di raccontare singoli fatti (e molto gossip, ndr) lasciando al lettore il compito di costruirsi un'opinione. Opinione che non sempre si può avvalere della stessa documentazione che i potenti mezzi di una testata giornalistica nazionale potrebbero essere in grado di raccogliere. La carenza è talmente evidente da spingere negli ultimi anni alcune trasmissioni satiriche a rivestire il ruolo un tempo riservato ai soli cronisti: è il caso di trasmissioni come "Le Iene" o "Striscia la Notizia" che spesso realizzano veri e propri reportage ben documentati e non di rado citati come fonte dalle testate giornalistiche stesse.
All'interno dell'attuale assetto televisivo, comunque, rimangono ancora trasmissioni giornalistiche che conducono inchieste serie. Una di queste è "Report", un programma di Rai Tre condotto da Milena Gabanelli e recentemente finito sotto accusa per aver sostenuto che l'incompatibilità di Alfredo Meocci con il ruolo di direttore generale della Rai era più che prevedibile (la frase incriminata è disponibile anche sul loro sito Internet in fondo alla trascrizione integrale della puntata del 22 ottobre scorso). Secondo quanto riportato ieri dal Corriere della Sera, i consiglieri di centrodestra avrebbero richiesto una verifica più estesa sulla trasmissione mettendola a rischio di azioni legali e richieste di risarcimenti molto onerosi. Per completezza di cronaca, ricordo che il procedimento di viale Mazzini comprende anche Santoro accusato di non aver mandato in onda in diretta una telefonata del capo dell'opposizione Silvio Berlusconi (contrariamente a quanto accaduto nel 2001 e nel 2005 dove i risultati non erano certo stati fra i migliori).
Al momento la discussione si sarebbe chiusa con un mandato affidato al direttore generale Claudio Cappon per una verifica del contenzioso giudiziario. Lo stesso Cappon avrebbe inoltre sottolineato che sulla trasmissione "Report" è già stata condotta una verifica analoga e che finora il programma non ha mai perso alcuna causa. Il punto, però, non è questo: quello che stupisce sono le modalità di azione. E' come se oggi non ci si volesse più avvale più del diritto di replica ma si preferisse procedere con cesure o sanzioni che hanno un po' la puzza di vere e proprie intimidazioni. Nel caso specifico il paradosso è molto evidente: leggendo quanto riportato dalla stampa non è neppure possibile comprendere quale sia esattamente l'accusa (si conosce il passo ma niente più). In tal modo non si permette alle persone di poter ascoltare le due parti coinvolte ma, chiudendo la bocca a uno dei due, si cerca sempre di fornire una sola versione dei fatti, impedendo di fatto la maturazione di opinioni contrarie.
Ritengo che l'inchiesta giornalistica sia uno dei pochi mezzi che ancora abbiamo a disposizione per poter scoprire ciò che non va nel nostro Paese e, non di rado, è addirittura un valido strumento che mette al corrente di certi fatti la magistratura (è il caso si alcuni arresti per pedofilia seguiti ad un servizio delle Iene o il più celebre arresto di Wanna Marchi in seguito ai servizi di Striscia la Notizia). Mi rammarica, però, vedere che spesso il potere vede la denuncia come una minaccia e preferisce il silenzio a quello che potrebbe essere un utile spunto per cercare migliorare le cose. Non ci si deve stupire, quindi, se l'Italia è stata recentemente classificata al 45° posto nella graduatoria mondiale della percezione della corruzione: questi timori da parte del potere (sia esso politico o economico) di certo non aiutano ad avere fiducia nei suoi confronti.
La censura dell'informazione, però, non è un vizio solamente italiano. Stando a quanto dichiarato dal Daily Mirror, Gorge W. Bush avrebbe tentato di fermare fermare l'emittente araba Al Jazeera (nel novembre 2002 a Kabul e nell'aprile del 2003 a Baghdad): inevitabile conseguenza sarebbe stata la permanenza sul territorio della sola CNN (emittente vicina alla Casa Bianca) garantendo il monopolio e il controllo delle informazioni diffuse in occidente. In Gran Bretagna, invece, ad essere presi si mira sono i blogger: il ministro degli interni John Reid ha lanciato un progetto per rendere Internet un luogo più ostile per i terroristi. Inutile dire che la modalità sarà la censura di chiunque usi la rete per fare propaganda e sono in molti a temere che suddetta censura possa venir applicata anche come risposta all'attuale paura da parte del governo verso chiunque diffonda teorie alternative che possono contraddire le versioni ufficiali (motivo per cui in Inghilterra sarebbe stato anche sospeso il diritto di protesta se non dopo previa autorizzazione da parte dello Stato). |
Pubblicato il 08/11/2006 alle 19:00 da marco
Tag: censura, televisione
|