martedì 28 febbraio 2017

Please like me: ama la vita, anche se fa schifo



Dopo quattro stagioni, la serie australiana è ufficialmente conclusa. Non so se avete visto «Please like me» (gli episodi sono tutti su Netflix) ma non è importante: oggi non sono qui per consigliarvela. Se volete vederla, almeno non fatelo per me.

Non ve la consiglio perché vi porterà tanta tenerezza e risate, sicuramente, ma anche tanti momenti di dolore, ma non come in una serie strappalacrime. Scrivo per raccontarvi cosa ha dato a me e cosa ha portato nella mia vita. Non ve la consiglio per un solo motivo: quando spegni il televisore, te la porti appresso, la devi gestire come uno zaino che pesa e quando finisce, è un macigno. Se hai voglia di affrontarla, invece, allora guardala subito e fallo senza paura.

Mi sono documentato un po', ho letto varie cose. È scritta dalle stesse persone che la recitano e ha avuto un percorso travagliatissimo nonostante sia low-budget. Ve la spiego in poche parole. «Please like me» parla dell'amicizia tra un ragazzo gay e un suo coetaneo etero. L'obbiettivo, secondo quanto dichiarato da chi l'ha pensata, è dimostrare che questo genere di relazione uomo-uomo, così insolita negli stereotipi comuni, non ha proprio niente di eccezionale.
Voi direte: Tutto qui? Ma sono matti? Sono matti da legare.

Il telefilm esplora in maniera cruda e senza patinature l'amicizia, l'amore, il sesso e il rapporto con i propri genitori, anche se in molti l'hanno definita come una serie che più che altro mostra in modo credibile molte malattie mentali come ad esempio la depressione. Io concordo con i creatori quando dicono che è semplicemente la storia di due coinquilini che fanno la loro vita. 

Combinando un sacco di pasticci.

La causa di questi "pasticci" sono loro stessi: li accomuna un modo "leggero" di affrontare le cose e i sentimenti (positivi o negativi) e il dolore. Raramente piangono, raramente sorridono, raramente sanno cosa fare. Nel finalizzarla hanno spesso usato musiche allegre per raccontare momenti drammatici e musiche cupe per raccontare momenti allegrissimi, il tutto per depistare lo spettatore e non portarlo mai troppo in alto o troppo in basso con lo spirito, lasciandolo in un limbo.

Sull'app TvShow Time, dove per ogni episodio puoi votare il tuo personaggio preferito, il protagonista Josh non è quasi mai in cima agli attori più amati. Non c'è episodio in cui Josh non abbia fatto e detto cose che mostravano la sua difficoltà di interfacciarsi con il mondo reale: è senza empatia, con desideri infantili, con un bisogno insaziabile di attenzioni, con una forma di egoismo allucinante. È capitato spessissimo di vedere "filoni" e "incontri" iniziare e finire senza spiegazioni. Abbiamo visto personaggi fidanzati, lasciarsi senza motivo o rivedersi senza ragione. Tutto passa davanti come un panorama in auto visto dal finestrino. Nessuno è davvero importante, o quasi.

Thomas, l'altro ragazzo etero, è uno dei personaggi più "dumb" (se non conoscete il significato, ve lo spiego tra poco) che abbia mai visto in una serie tv. Stralunato, sciocchissimo, con l'innato talento di fare solo scelte sbagliate, inconsapevole di cosa sia l'amore e di come funzioni e quali regole abbia socialmente. È in balia di chiunque e non sa mai, ma davvero mai, che scelta prendere.

Ogni personaggio di «Please Like Me» porta la sua piccola nevrosi, tanto che ogni pasto "corale" (accade molto spesso, ci sono interi episodi attorno a un tavolo) si trasforma sempre in un disastro. Difficilmente una situazione "normale" continua a rimanere "normale" a lungo: la degenerazione, il fallimento, l'inciampo è sempre dietro l'angolo.

Sto descrivendo uno scenario nerissimo per una serie che si fa chiamare "comedy", e infatti ama i paradossi della vita vera, quella in cui niente è una favola. Uno dei momenti che mi ha ferito di più, è quello in cui Josh accompagna la sua ex fidanzata (prima di scoprirsi gay) in clinica seguendola passo passo in una scelta per lei difficilissima.

Pochi episodi dopo Josh si ritrova di fronte a uno dei momenti più dolorosi della sua esistenza e Claire non restituisce quell'atto d'amore. Sparita, non pervenuta. Anche qui tutti voi vi chiederete: ma dov'è finita? Non ce lo spiegano, ci fanno solo capire che lei aveva paura, che lei non sapeva cosa fare e quindi non ha fatto niente. Il vero motivo, signori spettatori, non lo sapremo mai. Sono migliori amici da una vita e lei sparisce nel momento più brutto per qualsiasi persona. Lei, non c'è.

Alcuni critici hanno definito "Please Like Me" come un'opera che descrive al meglio i "millennials", quelli cresciuti a pane e Internet, anche se di Internet e di cose "giovani" ce ne sono davvero poche, a parte qualche app per conoscersi, droghe di nuova generazione (più o meno nuove, neanche tanto) e qualche dinamica legata a videochiamate e sms.

Quello che mi ha fatto impazzire (in senso positivo e negativo assieme) è che in questa serie nessuno abbia la più pallida idea di cosa significhino i sentimenti, che peso abbiano nelle persone, quali danni possono fare e quante ferite possono guarire. Loro agiscono per inerzia, con passi sempre incerti e frivoli, pronti a cambiare strada in ogni momento. Mi viene da dire che questo modo di vivere, in fondo, non ha età.

Perché ho amato «Please like me», allora?

Perché è così vera che ti insegna la vita: i rapporti tra le persone non sono come dei romanzi con regole narrative precise, ma sono dei dadi che cascano sul tuo campo di gioco e spesso precipitano a terra. Eppure quando i personaggi sono vicini, si appiccicano come calamite al frigorifero, parlano allo sfinimento di cose importanti e senza senso, si sviscerano tra loro come in una devitalizzazione dentale, fanno l'amore o sesso senza incertezza. Hanno solo una cosa alla quale tengono: non rimanere soli. Chi rimane da solo, qui, sparisce o muore. E le ripercussioni di quelle morti avranno durata brevissima.

Perché tutto ciò che finisce, in «Please like me», smette di esistere.

Eppure si ride anche tanto, di cose imbarazzanti, buffe, infantili, leggerissime e talvolta anche un po' "black". In questo quadro di lotta alla solitudine e di non comprensione del proprio ruolo nel mondo (pensate che dopo quattro stagioni di quasi di tutti i personaggi non è chiaro cosa facciano di lavoro) si appigliano a piccole cose per provare, almeno per una finestra di tempo piccolissima, a essere felici.

Io non ho mai voluto vivere come loro, sono un sognatore concreto e idealista, ma con il tempo mi sto rendendo conto che la vita è esattamente come la raccontano questi due ragazzi e non è necessariamente un male, se lo accetti. È una vita fatta di pochi sogni, tanti ideali che se ne vanno al diavolo, ma dove le piccole cose (umane, soprattutto) hanno un valore inestimabile.

Forse chi l'ha vista e l'ha analizzata più a fondo di me ha più strumenti migliori per capire, ma lo stesso titolo, «Please like me,» è una frase piuttosto complessa da tradurre se non la contestualizzi. Sembra più che altro il grido che la vita fa alle persone che guardano questa serie: «Ti prego, accettami». Pensate che sono andato a vedermi tutti gli script degli episodi e nemmeno una volta la frase che dà il titolo al telefilm viene pronunciata.

Sì, certo, è sicuramente una richiesta di aiuto nel desiderio di accettazione, perché tutti personaggi nel loro ruolo si sentono inopportuni a tal punto che "l'essere gay" è il meno enfatizzato dei temi delicati affrontati in questi 32 episodi. Nel marasma di cose tanto sincere quanto respingenti, «Please like me» dice allo spettatore: «Ciao, sono la tua vita. Accettami così come sono, spesso faccio schifo, ma sono così. Prima lo accetti, prima sarai felice».