lunedì 14 marzo 2016

RSVP - Gli eventi uccidono la scrittura?



Tutto è nato da una domanda su Instagram, credo sia successo più o meno tre mesi fa.

Mostravo una foto in un baretto con un amico di sera a mangiare biscotti, perché dovete sapere che il mio apice del divertimento si basa su cose semplici. E forse questo è il mio problema.

Un collega mi ha chiesto: "Ma non sei a quel ciclo di tre eventi in contemporanea stasera?". In quel momento, per la prima volta nella vita a una domanda simile risposi: "Da un po' di tempo ho deciso che il mio lavoro è scrivere e non fare il presenzialista agli eventi". Tadàn!

Da quel momento è partita in me una specie di inimicizia naturale esplicita (e non più solo implicita) verso quella vita professionale fondata sul rispettare minuziosamente un fitto calendario di eventi ai quali "dovresti" / "puoi" / "faresti a botte per" partecipare.

Che sia chiaro: non c'è cosa che renda più felice un giovane (o anche un meno giovane) professionista che essere chiamato a presenziare a quella conferenza stampa o a quell'evento o a quella situazione o figuriamoci se c'è magari c'è anche da apparire in tv: a volte sono cose belle e utili, dove il giornalista viene informato e coccolato. Sono occasioni (spesso uniche per chi non lavora per testate grosse) per incontrare artisti e personaggi.

E allora veniamo al motivo per cui scrivo queste righe.

Parlavo con un altro collega la scorsa settimana e lamentava che questo "lavoro nel lavoro" sottragga un sacco di spazio alla scrittura o anche solo a guardare con maggiore lucidità quello che ti gira intorno. Mentre sei preso da quel "fitto calendario" di eventi, eventoni ed eventini, perdi di vista altre priorità, rimandi scadenze... ma soprattutto scrivi molto meno.

Mi lasciano perplesso i party fine a se stessi, la ricerca della "sensazione vip" che scavalca il tuo ruolo di autore: sono convinto che se chiedessi a alcuni colleghi se poi quella trasmissione l'hanno vista o quell'album l'hanno ascoltato, è molto probabile che ricorderanno con maggiore lucidità quanto si sono divertiti a quell'evento, cos'hanno mangiato e se l'open bar era perfetto.

Il problema è che di fronte a questa legittima (e normalissima, non sono così rivoluzionario) scelta di campo, poi mi sento (o mi fanno sentire?) fuori posto. È giusto che viva le cose a modo mio o forse è più corretto buttarsi nella mischia come fanno quasi tutti gli altri?

La risposta la so già specie dopo una recente conferenza stampa alla quale sono andato. Mi sembrava non di essere lì per conoscere le novità di un programma tv, ma per sentire il chiacchiericcio di fondo tra invidie, cattiverie e tanta voglia di "esserci" a ogni costo.

Mi avete già visto e sono certo mi vedrete ancora partecipare agli eventi (specie in queste settimane, dove piovono situazioni, per questo nasce il post) ma quando apro la mia agenda, cerco di organizzarmi per capire non tanto a che eventi andrò, ma prima di tutto spremo le meningi per capire di cosa vorrò scrivere.

Il resto è un di più: se ho voglia, se può essere utile per il mio lavoro, se mi va... vado. Altrimenti rimango in ufficio o a casa per scrivere. È il mio lavoro e vorrei rimanesse tale.