mercoledì 25 giugno 2014

Volevo essere (felice) come lui

Alle elementari mi sentivo veramente uno schifo. Il peggiore di tutti.

Non lo nego, venivo preso in giro e avevo già le caratteristiche di un ragazzo introverso e piuttosto insicuro. Un bersaglio facile, una persona che davvero non riconosceva la destra dalla sinistra.

Coscienza di sé sotto terra.

In classe c’erano due gemelli, due compagni di classe nati belli. Uno dei due aveva i capelli chiarissimi, sembrava un ragazzo nordico. Poi era magro, occhi azzurri, era molto amato dalle ragazze senza essere né un bullo né un prepotente.

Era gentile, la cosa mi innervosiva, non volevo essere lui ma volevo sentirmi come lui. Ma non sapevo in che modo. Un pomeriggio correvo in cortile e mi sentivo pesante, la ciccia (forse non c’era in modo eccessivo, ma la sentivo addosso come un macigno) sballonzolava mentre giocavo. La maestra Daniela da lontano mi chiama, mi avvicino e mentre rallento affannato, mi chiede il diario per una comunicazione per la gita ai miei genitori.

Ero bravissimo (non è vero) in condotta, non temevo le note, come tutti.

Ho fatto il mio dovere e mentre stavo per uscire dalla classe lei mi ha detto: “Grazie biondo!”. "Biondo io?", le rispondo, "Sono castano!". "E vabbeh, che importa, oggi mi va di chiamarti biondo". Non chiedetemi come mai, ma ritornai in cortile con una forza e un’energia addosso che non avevo mai avuto prima.

Forse per un attimo mi sono sentito come quel ragazzo, si chiama Marco. L’ho incontrato poco tempo fa durante una delle mie note passeggiate da solo. Mi ha raccontato che ha sempre avuto grande stima di me. La cosa mi ha commosso. Forse volevo essere (felice) come lui.

Ci ho messo solo una ventina d’anni in più, ma ce l’ho fatta.